Per la sezione Benessere a 360° questa settimana riprenderemo il tema della perdita già affrontata nel mio articolo e nell’ultima newsletter per gli adulti.

Oggi vogliamo presentarla in un articolo a 4 mani : la mia parte più psicologica e quella di Debora Marchesi, infermiera in formazione, trovi una sua presentazione qui.

 

La perdita nella professione di infermiere:

Meditando sulle varie esperienze di tirocinio, e soprattutto sulle diverse esperienze che ho avuto con la morte delle persone, mi sono chiesta:

quanto è difficile per un infermiere vivere la morte di un paziente?”

L’infermiere è uno dei professionisti maggiormente coinvolti anche psicologicamente se vogliamo, nella morte del paziente.

E’ proprio quel professionista perché che passa la maggior parte del tempo con il paziente, è colui che conosce per filo e per segno addirittura la marca di profumo che ha sul comodino, perché quando lo laviamo ci chiede sempre gentilmente di potergli spruzzare un po’ di quella fragranza che gli piace tanto.

Ecco che quindi, affrontare la morte di un paziente può diventare molto difficile.Tutte le professioni sanitarie, o la maggior parte di esse, si trovano prima o poi faccia a faccia con la perdita del proprio assistito, con la perdita di una persona cara di quest’ultimo.

Riuscire a stare vicino a coloro che hanno perso una persona cara non è per niente semplice. La morte è un evento biologico, ma va a toccare le corde più intime di ogni persona, con le proprie esperienze di vita, le proprie perdite e la propria idea riguardo la morte. E’ così che ogni professionista sviluppa un’idea differente e una modalità diversa di avvicinarsi ad essa.

Emozioni e infermieri:

La nostra professione ci impone un “controllo professionale” una sorta di distacco emotivo dalla morte che diventa indispensabile per non cadere nel Burn out e che ci permette anche di “non portare a casa il paziente”. Questa frase ci viene ripetuta fin dal primo anno dell’università e sta ad indicare il fatto che dobbiamo riuscire a separare la vita privata da quella lavorativa.

A questo punto a me viene sempre in mente la figura del super eroe. Proprio come il supereroe indossa il suo mantello per fare il suo dovere ma una volta a casa, torna la persona omonima di sempre, noi infermieri indossiamo la nostra tutina bianca, fieri come fosse il nostro mantello e quando la togliamo e torniamo a casa, abbandoniamo ogni pensiero inerente al reparto. Anche se questo include la morte di un paziente.

Rimane però che per quanto tentiamo di fare i supereroi abbiamo il nostro lato umano e spesso arriva l’ansia. Quell’ansia legata alla morte, che però rischia di influenzerà l’assistenza che può essere data, e di conseguenza la percezione del paziente delle cure ricevuto. Soprattutto però va a creare distress negli operatori.

Tipi di morte e diverse reazioni:

Nelle mie esperienze di tirocinio, ho individuato due tipi di morte, che sicuramente impattano in modo diverso anche sulla psiche del professionista infermiere.

Abbiamo:

  • la morte che io chiamo “improvvisa” ovvero quella morte che può subentrare per complicanze imprevedibili o meno, per arresto cardiaco, per un infarto, anche in persone apparentemente sane. Questa situazione diventa scioccante perché seppur ci hanno insegnato che non si può prevedere nulla nella vita, soprattutto nell’ambito medico, non siamo mai davvero preparati ad affrontare questo tipo di morte. In questo caso si instaura un meccanismo strano, da prima scatta una molla interna che guida nell’aiutare anestesisti vari nella manovre rianimatorie e che tira fuori tutto il meglio di noi come professionisti nel saper gestire l’emergenza; Ma poi inevitabilmente arriva quel momento in cui il medico decide di fermarsi, non c’è più niente da fare. E allora ci si chiede:” ma come caspita è successo?” stava bene!
  • l’altro tipo di morte che io chiamo “prevedibile” permette sicuramente di prepararsi al decesso del paziente ma rischia inevitabilmente di avere delle ripercussioni psicologiche importanti se non si riesce a mantenere il distacco di cui parlavo prima. È il caso di pazienti magari oncologici, che sappiamo benissimo che hanno fallito ogni tentativo di terapia e che quindi stanno andando verso la morte.
Qual’è il ruolo dell’infermiere?

In questo caso il compito fondamentale dell’infermiere è “accompagnare”.

Accompagnare il paziente verso la morte nel modo più dignitoso e sereno possibile trovando all’interno delle mille attività infermieristiche del reparto, dei momenti dedicati alla relazione con il paziente focalizzandosi sul soddisfacimento dei suoi bisogni.

l’importanza dell’infermiere nel momento della morte è sottolineata dal nostro codice deontologico:

Art. 35  “L’infermiere presta assistenza qualunque sia la condizione clinica e fino al termine della vita all’assistito, riconoscendo l’importanza della palliazione e del conforto ambientale, fisico, psicologico, relazionale, spirituale.”

Art. 39 “L’infermiere sostiene i familiari e le persone di riferimento dell’assistito, in particolare nella evoluzione terminale della malattia e nel momento della perdita e della elaborazione del lutto”

Rifacendomi proprio a questo ultimo articolo, i familiari della persona non vanno mai abbandonati e bisogna sempre ricordarci che là dove stiamo accompagnando un paziente verso la morte, stiamo anche accompagnando il familiare verso l’elaborazione del lutto.

Da un punto di vista più clinico, oltre che relazionale, l’infermiere si occupa di constatare la morte del paziente rilevando tutti quei segni indicativi del decesso della persona come: cessazione del respiro, Cessazione del battito cardiaco,Cessazione del riflesso pupillare. Successivamente sarà il medico a dichiarare legalmente il soggetto, come deceduto.

Quale atteggiamento provare ad assumere?

In questi pochi anni di esperienza come studentessa, ho capito che come per tante altre cose, “ci si fa l’abitudine” e si impara come affrontare la morte nel modo giusto. Quello che non deve mai succedere e che mi auguro non capiti a me, nemmeno dopo molti anni di lavoro, è che quel “controllo professionale” di cui parlavo prima, diventi indifferenza.

 “ come riuscire ad adottare un atteggiamento distaccato ma non freddo?” , credo che la risposta venga solo dopo un’osservazione personale riguardo al proprio pensiero riguardo la morte, le proprie paure, emozioni ed esperienze dirette.

Arrivi dopo la capacità di poter far tesoro di tutto questo personale bagaglio emotivo, per poterlo far risuonare in modo empatico con il paziente terminale o con la famiglia del paziente che ci ha lasciati. Lavorare personalmente sull’aspettativa realistica della nostra reazione davanti a tale evento: in base all’età del paziente, il reparto, etc..

Come mantenere il giusto equilibrio tra empatia e non coinvolgimento totale?

Ricordandoci che abbiamo un lato umano che farà risuonare sempre in noi la sofferenza che la famiglia ci mostrerà, non possiamo pretendere di rimanerne del tutto distaccati e forse, direi, dobbiamo impedire di rimanerne totalmente distaccati. Fondamentale è riuscire a mettersi nei panni di chi abbiamo di fronte, riuscire a guardare dal suo stesso finestrino, ma permettendoci di poter tornare poi nel nostro porto sicuro.

Questo ci permette di non farci carico eccessivo delle sofferenze e degli eventi, riuscendo a mostrarci partecipi, con la semplice presenza, ma riuscendo a “ staccare la spina” quando torniamo a casa. Distinguere che possiamo pensarci, possiamo rimanerci male, possiamo provare dolore e sentire quella sofferenza della famiglia, dal fatto di metter in tutto ciò le nostre esperienze di vita dolorose, di lasciarci risucchiare dai sensi di colpa, rabbie etc.

Consilgi in conclusione:

Essere coloro che accompagnano dignitosamente alla morte e alla comunicazione di tale dolore alla famiglia, essendo coscienti che era tutto ciò che potevamo professionalmente e umanamente fare come professionisti.

La morte è una delle situazioni più difficili da gestire, l’infermiere deve cercare di fare in modo che i suoi sentimenti non incidano in modo negativo sulla sua responsabilità professionale e sulla sua vita privata. deve tenere conto del fatto che ci sono delle condizioni cliniche per cui è più facile che la persona possa andare in contro ad un decesso e deve tenerne conto, preparandosi alla situazione.

La morte è una delle prima cose su cui ragionare e di cui tener conto, fin da quando ci si iscrive all’università. Meditare sulla morte, prepararsi al fatto che prima o poi ci si potrà in battere nella situazione come professionisti, aiuta ad essere già 5 passi avanti.

 

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